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La Rieducazione posturale nel fitness e il metodo Mezières

La Rieducazione posturale nel fitness e il metodo Mezières

Il “Come,quando e perché” si renda necessario valutare e consigliare ai nostri clienti un percorso di rieducazione posturale.

Cerchiamo di far luce su un tema molto importante in quanto strettamente legato al concetto di riabilitazione funzionale dove per riabilitazione si intende il recupero di abilità specifiche e per funzionale si intende il recupero di una funzione lesa, lesa da un trauma diretto o indiretto (magari di vecchia data) ma anche da degenerativa in corso.

Appare ovvio che l’approccio rieducativo va analizzato a 360° prima di stilare un qualsivoglia programma da svolgere in palestra o sul campo e che ogni tentativo di rieducare una struttura senza che questa abbia il giusto equilibrio risulterà quantomeno inefficiente se non dannoso.

Parlando di riabilitazione funzionale il mantra degli ultimi anni, “la forma determina la funzione”, spiega perfettamente il concetto su cui si basano le più attuali tecniche di ginnastica preventiva e medica. Se la forma (articolazione o muscolo) risulta alterata, condizionerà la funzione  (articolazione o muscolo) innescando un circolo vizioso dove ogni tentativo di riprendere obiettivi di performance muscolari o di prestazione sportiva risulterà vano.

È necessario anche chiarire che per “rieducazione posturale” non si intende la pratica della seppur valida “ginnastica posturale” e che non possiamo contestualizzare un lavoro di rieducazione alla postura nelle nostre sale fitness, in quanto l’unicità di ogni singolo individuo richiede un’analisi specifica e una metodica di esame obiettivo (anamnesi) molto attenta, che va lasciata a carico del professionista della riabilitazione.

Con questo articolo vedremo quali sono i casi dove la rieducazione posturale si renda necessaria e come noi trainer ne possiamo completare il percorso con la programmazione per il ritorno alla pratica sportiva o sportiva-agonista.


Quando,come e perché è opportuno farla:

-Quando ci rendiamo conto che il nostro corpo non risponde più, per come lo conosciamo, a determinati stimoli motori. Quando si evidenziano particolari problemi legati alla colonna vertebrale e di conseguenza alla postura dovuti alla sedentarietà oppure a traumi,cicatrici o interventi chirurgici.

(Costretto dalla forza-peso a modificare costantemente la posizione in statica e in dinamica, il nostro corpo, al riguardo,è capace di inviarci messaggi “silenziosi”, ma che spesso trascuriamo o non siamo capaci di contestualizzare. Il nostro corpo è alla continua ricerca di un equilibrio di “confort” ma essendo sempre soggetto a forze interne ed esterne è costretto ad attuare compensi che nel tempo possono portare a rigidità,blocchi articolari,causare stress meccanico e quindi generare dolore).

-Come il nostro supporto diventa fondamentale?  quando sentiamo e vediamo il nostro cliente lamentarsi per qualche doloretto legato alla funzionalità del rachide, di un arto o di un segmento articolare ben specifico. Se nel rapporto one-to-one durante la seduta personal sarà molto più probabile poter dare la giusta assistenza, potrebbe, invece, essere più complicato il monitoraggio dei frequentatori della sala attrezzi dove svolgiamo assistenza generica. Il nostro consiglio è quello di proporre a tutti, 3 semplici test per valutare eventuali rigidità che potrebbero dichiarare una condizione limitante per il cliente.


Il Bending test o test in flessione capace di vautare il grado di retrazione delle catene muscolari posteriori e la presenza di un gibbo costale nelle scoliosi,il test In estensione per valutare la mobilità in estensione del rachide e il test di Romberg eseguito se possibile in ortostatismo e ovviamente adattato allo stato del cliente, per valutare l’equilibrio. (rimandiamo ad altro articolo la spiegazione dei test specificici). Il nostro ruolo quindi è quello di mettere il cliente di fronte all’evidenza di un limite o di una funzione limitata, metterlo nella condizione di valutare, grazie alla nostra esperienza e alle nostre informazioni, un necessario percorso di correzione a 360 gradi. In questo contesto diventiamo il punto di partenza e di arrivo di un percorso che con molte probabilità cambierà la vita al nostro cliente e di cui ce ne sarà grato in eternum. In  questo percorso dovremo vedere la nostra figura come parte fondamentale di un team riabilitativo composto da tutte le figure sanitarie necessarie, dal fisioterapista,all’ottico,al podologo, al nutrizionista e perché no, se necessario, anche uno psicologo capace di supportare il  nostro cliente in un ambito non alla nostra portata. Il nostro cliente partirà da noi per un viaggio alla riscoperta del suo corpo e del suo “io” più intimo e, grazie alle varie figure tornerà da noi, in condizioni psico fisiche ottimali per completare la sua riabilitazione o percorso sportivo. Riamane da vincere la reticenza a dover “lasciare andare” il cliente verso esperienze che nell’immediato lo allontanano di fatto dalla nostro raggio di competenza ma, una volta rientrato alla base ci darà i giusti meriti visto che grazie alle nostre valutazioni e attenzioni avrà risolto i dolori di una vita.

-Veniamo al Perché proporre al nostro cliente un percorso di rieducazione posturale? Semplicemente perché non valutare la postura nel suo insieme potrebbe invalidare quanto di buono potremmo ottenere con il recupero e lo sviluppo della nostra parte motoria, ma ancora più importante, potremmo innescare altri compensi nocivi lavorando in accorciamento con i nostri esercizi quando invece, le stesse strutture, per tornare a “funzionare” in maniera corretta, potrebbero aver bisogno di solo lavoro in detensionamento. Se l’equilibrio posturale, valutato negli aspetti argonomici e valutata l’ergomotricità di cui necessita per svolgere le varie mansioni giornaliere, è messo nelle condizioni di funzionare in maniera corretta azzererà i compensi in maniera autonoma nell’arco di 4-6 settimane. Ovviamente, se i compensi hanno origine strutturale come ad esempio può succedere in presenza di scoliosi idiopatica dovremo lavorare nel rispetto dei limiti delle curve fisiologiche stesse e i tempi di recupero o di guarigione dal dolore potrebbero essere ben più lunghi o condizionati dalla concomitanza di altre patologie.

E’ necessario che noi trainer di fronte a una evidente necessità di rieducazione posturale si cerchi una visione olistica dell’insieme nell’interesse della salute e del benessere del nostro cliente e, inizialmente lasciare ai professionisti della riabilitazione la responsabilità del trattamento clinico, per poi completare con la massima professionalità il percorso di recupero motorio in palestra o in campo.  

L’obiettivo della rieducazione posturale è quello di riequilibrare le tensioni muscolo-legamentose del corpo trattando le zone più rigide e retratte che nel tempo avranno causato errati compensi e quindi generato dolore. La pratica del riequilibrio ha fondamento nella back school, nel metodo Aleksander, nel lavoro di “centralizzazione del dolore di McKenzie ma prima ancora è stata l’illuminata fisioterapista francese F.Mezières con una folgorante intuizione a dettare la strada.

F.Mezières dopo anni di pratica sdoganò per prima il concetto di “catene muscolari” secondo le quali ogni zona è legata l’una all’altra e quindi, se anche solo una di queste risulta accorciata condizionerà in accorciamento anche le altre.


IL Metodo Mezières:

Citiamo il metodo Mezières perché è anche su queste fondamenta che si fonda la moderna ginnastica posturale e ne consigliamo di approfondirne la  conoscenza, che dovrebbe essere a bagaglio di tutti quegli operatori che nel settore si occupano di ginnastica di riabilitazione,preventiva o antalgica.

cenni sul metodo: la seduta Mezières è un’esperienza molto profonda e faticosa e va lasciata al “Mezièrista esperto” che applicando il metodo ortodosso demandato dalla stessa Mezières getterà le basi per una postura più vicina possibile a quella ideale.

Come già detto,il metodo classico ci porta a pensare che il corpo, schiacciato dalla forza-peso, debba rinforzare  la propria muscolatura per resistere, ma il metodo Mezières ci mostra anche altri meccanismi. Partendo dall’accorciamento di tutto l’insieme muscolare, bisogna capire il maggior numero di deformazioni e di sofferenze articolari che ne risultano e che sono oggetto della chinesiterapia.

Per Françoise Mezières “il corpo è schiacciato dalla propria forza muscolare, dalle ipertonie, dagli stati di tensione e contrazione e dalla perdita di elasticità”, per questo il metodo Mezières dice no al rafforzamento della muscolatura, allo stiramento locale e allo stiramento globale passivo.

Ciò che conta è allungare nell’allineamento, con l’aiuto di tecniche riflesse, respiratorie e con modellamenti che favoriscono la scomparsa delle tensioni.

F.Mezières, con il suo lavoro, distingue dei gruppi muscolari dove la tensione tende generalmente ad essere più forte e si rende conto che la tensione e la retrazione muscolare colpiscono principalmente i muscoli posteriori del tronco e degli arti inferiori, i rotatori interni delle anche e il muscolo diaframmatico.

Il lavoro si basa sull’allineamento del corpo in una posizione di allungamento dove la respirazione è il tramite per sbloccare le tensioni più profonde.

LE BASI DEL METODO:

La tensione dei muscoli posteriori determina, al livello della colonna vertebrale, l’accentuarsi delle curve sagittali e delle scoliosi.( La lordosi è sempre primaria, la cifosi e la scoliosi sono deformazioni secondarie alla lordosi)

L’insieme dei muscoli posteriori è responsabile delle deviazioni e delle deformazioni e provoca sempre una rotazione interna degli arti e un blocco diaframmatico in inspirazione.

Per quanto riguarda la rotazione interna degli arti l’eventuale blocco si spiega facilmente visto che sono solidali con i muscoli posteriori.

Per quanto riguarda invece il blocco diaframmatico la responsabilità viene attribuita ai pilastri diaframmatici, in quanto si inseriscono sulle vertebre D12,L1,L2,L3,L4 e le loro inserzioni sono comuni a quelle del muscolo psoas, che a sua volta si inserisce su L5, unendosi al muscolo iliaco.

Anche il diaframma quindi prende un ruolo importante negli effetti lordosizzanti degli accorciamenti della catena, in quanto, sposta la regione lombare in avanti e in alto mentre lo psoas-iliaco agisce in avanti e in basso , sulla curva lombare e sul bacino, inoltre muscolo diaframmatico interviene nella statica e influenza la morfologia. Diaframma e psoas-iliaco agiscono in sinergia con l’insieme dei muscoli posteriori.

In conclusione occorre combattere le tensioni e gli accorciamenti su

-Lordosi

-Le rotazioni interne degli arti

-I blocchi diaframmatici in inspirazione    

Questo permette la correzione delle alterazioni del tronco o delle gambe e la normalizzazione della funzione respiratoria, che per definizione della stessa F. Mezières non va educata ma “liberata”.Il metodo, nato da un’intuizione della stessa Mezières si fonda sull’osservazione del comportamento dei numerosi muscoli che compongono la catena muscolare posteriore e da cui è nata una delle “leggi” su cui baserà il suo lavoro.

-“I numerosi muscoli dorsali si comportano come un solo muscolo, troppo forte e troppo corto, per cui ogni azione localizzata sia in accorciamento che in allungamento provoca istantaneamente l’accorciamento dell’insieme della muscolatura”.I muscoli poliarticolari posteriori sono embricati tra loro, vale a dire che si sovrappongono come le tegole di un tetto formando così una catena muscolare, Mezières ne evidenzierà quattro, ognuna collegata tra loro come una struttura a tensegrità.

-Catena posteriore

-Catena antero-inferiore

-Catena brachiale anteriore

-Catena anteriore del collo

Queste catene sempre ipertoniche e in costante retrazione, sono la causa di tutti i nostri dismorfismi              (dismorfismo: alterazione morfologica cronicizzata a carico dello scheletro e che , quindi, non recede facilmente ma tende a peggiorare. Gli effetti portano a delle modificazioni strutturali della normale morfologia corporea. L’esempio più classico sono le scoliosi)quindi causa delle alterazioni della forma “normale”.

Avvicinando la forma del paziente alla forma normale attraverso l’allungamento delle catene muscolari, si recupera la funzione di ciascuna articolazione. Sia che le disfunzioni che avevano creato problemi siano ascendenti o discendenti.


I DUE SISTEMI NERVOSI:

Per capire il modo d’azione di questo metodo è necessario studiare le reazioni che il corpo attua con la pratica di queste sedute di rieducazione posturale.

IL SISTEMA NERVOSO CENTRALE (SNC): anche detto sistema cerebro-spinale, composto dal cervello, dal midollo spinale e dai nervi sensitivi e motori. E’ il sistema nervoso volontario, controlla quindi i nostri atti volontari.

Il SISTEMA NERVOSO AUTONOMO (SNA): o sistema vegetativo, è composto da un cervello arcaico, chiamato anche “rettile” e da due catene nervose principali e antagoniste, il sistema simpatico e il sistema parasimpatico o vago, che si ramificano verso i visceri, i vasi e le ghiandole.

Situate ai lati della colonna vertebrale, queste catene nervose portano anche a fasci nervosi e piccoli gangli disseminati lungo le catene e nei visceri. Molti di loro sono localizzati nell’immediata prossimità della catena muscolare posteriore. E’ il sistema che domina la vita vegetativa, non sottomessa alla volontà: emozioni, reazioni ormonali, sudorazione, respirazione, circolazione e digestione.

Secondo Mezières è a questo sistema che ci si deve rivolgere, poiché secondo lei, è capace di prendere il sopravvento sul sistema nervoso centrale, se quest’ultimo recepisce segnali di apertura dal sistema vegetativo può agire, in caso contrario non può fare niente. Per capire l’effetto del metodo sul sistema vegetativo, possiamo immaginare i muscoli paravertebrali in stato di contrattura permanente. Questa tensione perturba l’azione dei gangli simpatici e dei riflessi nervosi nelle vicinanze alle zone in disfunzione. Durante la seduta mezières si cerca di normalizzare la funzione di questi gangli nervosi, che in un primo momento attraverseranno una fase di refrattarietà manifestando disturbi per poi passare a una fase di calma e a una successiva dove se ne godrà il beneficio.


IL PROCESSO NEUROLOGICO DEL DOLORE:

Il dolore può essere considerato una sensazione somatica associata a danno in atto o potenziale.

Si tratta quindi essenzialmente di un meccanismo di difesa che sfrutta a tal fine le vie del sistema limbico e che conferiscono al dolore una forte componente emozionale. Per questa ragione la percezione del dolore risulta molto soggettiva. Come tutti gli stimoli, anche quelli del dolore passano prima dal midollo spinale e poi dal talamo dove vengono integrati e smistati. Una parte dello stimolo dolorifico raggiunge la corteccia primaria e crea la base della sensazione. Un’altra parte, dello stesso stimolo dolorifico, raggiunge il sistema limbico, dove la sensazione , confrontata con i ricordi (inconsci) influisce sul comportamento e sull’umore

Successivamente avviene un’interfaccia tra corteccia e sistema limbico con la corteccia prefrontale e la sensazione del dolore assume sfumature comportamentali legate alla personalità. E’ evidente che il dolore acuto ha una funzione difensiva: evita nuovi stimoli su una parte già lesa ma, complice il fattore tempo, con il dolore acuto si aggiungono irrequietezza e tristezza.


RIFLESSO ANTALGICO A PRIORI: “se inavvertitamente tocchiamo qualcosa che scotta, togliamo via la mano prima ancora di aver avuto il tempo di renderci conto di quanto calore emanava la superfice o l’oggetto conduttore”.

Solo dopo si identifica la sensazione che ha causato l’arretramento della mano.

La rapidità della reazione fa si che una bruciatura, come nel nostro esempio, o altri traumi, si concretizzi in un meccanismo di protezione senza il quale gli incidenti sarebbero molto più gravi.

Tale meccanismo, di cui la sensazione nocicettiva (processo neurologico del dolore) costituisce la trama, è indispensabile, a volte vitale.

Eppure, secondo Mezières cerchiamo sempre di sfuggirgli…

Mezières distingue questo tentativo di fuga in due livelli, quello conscio e quello inconscio:

-Se l’arrivo del dolore è rapido o violento, il sistema nervoso autonomo non avrà il tempo di occultarlo e questo arriverà alla coscienza.

Nel contesto delle dismorfie, il dolore è concepito come un segnale d’allarme di una deformazione che avrebbe raggiunto la sua soglia di accettabilità. Il corpo sotto l’effetto dell’accorciamento delle catene, accetta di deformarsi, senza far rumore, cioè senza dolore.

Questa progressività concede al sistema nervoso autonomo l’ingrediente indispensabile (il tempo) di cui ha bisogno per occultare questi dolori, per impedirgli di emergere e arrivare a diventare un dolore conscio e fastidioso. Tale difesa si presenta sotto forma di un atteggiamento vizioso, un malposizionamento, un’inibizione di certi movimenti (senza motivo organico), il tutto a distanza della zona da proteggere. La maggior parte delle volte, quindi, si andrà dal terapista con l’intento di risolvere il dolore che si è evidenziato per un disturbo secondario rispetto al male originario, senza distinguere la causa dall’effetto.

Compito del terapista è risalire alla storia della deformazione, mettere in luce il dolore occulto e eliminarlo.

Compito di noi trainer completare il lavoro del terapista aiutando il nostro cliente a tornare o superare le sue soglie di performance, cercando inoltre, di rafforzare gli schemi motori più deboli, curare al meglio la fase preventiva e implementare a seconda delle necessità gli esercizi per la mobilità del rachide.


A cura del Dr. Andrea Chesi 


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